San Francesco 2006

La comunità CISV fa festa con le sue fraternità al Castello di Albiano
Ore 13 pranzo insieme (ognuno porta qualcosa da condividere)
Ore 15 inizio attività

La relazione tra le persone al centro

Un sole caldo ha accolto la comunità domenica 8 ottobre, festa delle fraternità, al castello di Albiano. Don Ernesto Vavassori, già apprezzato animatore nell’ultimo ritiro delle fraternità, ha introdotto l’evento con una riflessione sui fondamenti della comunità.

La sua riflessione ha mosso i primi passi da un brano del Vangelo di Giovanni (Cap. 12) “Quando verrà lo Spirito Santo convincerà il mondo riguardo al peccato”. Se noi riflettiamo su noi stessi constatiamo come spesso cerchiamo di migliorarci solo per non avere più bisogno dell’amore di Dio e cioè esattamente con la disposizione d’animo assunta dal fariseo nella ben nota parabola. Di fronte allo Spirito Santo invece dovremmo presentarci disarmati, come il pubblicano, unicamente consapevoli della necessità di ricevere misericordia dal Padre.

Quindi l’atteggiamento giusto è quello di convincersi sempre di più circa il proprio peccato e comprendere meglio le proprie mancanze. Questo ci pesa perché non ci piace dover dipendere dagli altri, accettare il loro amore. Preferiamo essere noi in prima persona a fare, a donare; pretendiamo di essere autosufficienti. A Paolo che si lamenta per una non meglio definita “spina nella carne” Dio dice “ti basta la mia grazia”, non dice invece “ti tolgo il peccato”.

L’incontro con lo spirito di Gesù che ci convince di essere peccatori è il primo elemento di una vita comunitaria, per presentarci agli altri in modo autentico senza volontà più o meno subdole di sopraffazione. Il peccato poi non è tanto fare una cosa che non va quanto piuttosto non volere che si sappia. Per salvarci dovremmo riconoscere vicendevolmente il nostro peccato. Da qui infatti inizia il riconoscimento delle necessità dell’amore di Cristo.

Il secondo elemento fondante per una comunità è l’eucaristia o meglio il senso profondo di comunione proprio dell’eucaristia. Parliamo sempre di comunità cristiane, diciamo di far parte di queste comunità, ma siamo in realtà delle armate Brancaleone. Come facciamo a dire di essere in comunione con tutto il mondo se non conosciamo neppure chi ci sta vicino? Parliamo a nome di tutti senza neppure prima aver ascoltato cosa gli altri avrebbero voluto dire. Eucaristia è la morte di uno offerta a tutto il mondo. Si tratta di un concetto forte dove si stabilisce una relazione tra il singolo e la comunità che arriva al sacrificio della vita. Quando facciamo la comunione riusciamo a pensare che oggi qualcuno si è immolato per noi? Se si accetta questo, dopo non ci si può più meravigliare di nulla, qualunque sofferenza potrà essere accettata.

Chi ha un riferimento di fede ha un di più di responsabilità perché ha introiettato questa consapevolezza ed allora la sua misericordia è inesauribile. Ad esempio quando Luca parla dei fratelli che sbagliano e non si convertono neppure davanti all’assemblea, conclude il brano con la famosa frase “sia per te come un pubblicano” il che non vuol dire escludilo per sempre e non avere mai più niente a che fare con lui ma al contrario “mettilo al centro delle tue attenzioni”.

Un terzo concetto importantissimo è quello dell’autorità come servizio. Per essere comunità bisogna smettere di pensare di essere arbitri della propria vita. Bisogna dare agli altri la possibilità di entrare nella nostra vita. Noi purtroppo siamo molto abituati, anche nelle nostre parrocchie e nei nostri gruppi ad usare i doni che ciascuno ha per dividere: la ricchezza, la cultura il saper parlare ci fanno distinguere chi conta da chi può solo ricevere umiliazioni. Ma se nelle nostre comunità succede come nel mondo vuol dire che è stato capovolto il messaggio di Gesù. Innanzitutto chi ha autorità deve saper ascoltare tutti, fermarsi di fronte a tutti, farsi servo di tutti. Deve partire dalla consapevolezza che saranno i poveri, costretti come sono dalle avversità della vita a spezzare i loro corpi e a farsi eucaristia per gli altri, a salvare il mondo. Dunque chi ha autorità deve porsi in ascolto dei poveri per non soffocare lo Spirito Santo. Lavarsi i piedi l’un l’altro: questo deve essere l’atteggiamento che deve contraddistinguerci tutti ma in particolare chi ha ruoli di autorità.

Un quarto ed ultimo aspetto è relativo all’apertura verso tutti e anche verso i “traditori”. La Chiesa come l’ultima cena è attraversata da un tradimento. Giuda è l’ospite d’onore e Gesù intinge il boccone nella sua bocca. Se questo è, significa che dentro la comunità c’è posto anche per noi che siamo traditori. Al contrario, se nei nostri gruppi manca Giuda, non è la cena di Gesù, non è la vera Chiesa. Eppure abbiamo sempre paura del fatto che non ci sia abbastanza omologazione, dobbiamo imporre a tutti delle regole per evitare gli “scantonamenti”. Ma se noi che crediamo abbiamo un riferimento di fede, che bisogno c’è allora di un riferimento esplicito per accompagnarci nella nostra vita con gli altri? Ad esempio perché pretendiamo leggi conformate ai nostri principi etici? Se siamo convinti che certe cose siano giuste facciamole senza pretendere che vengano promulgate delle leggi. Se Dio non ci giudica e non ci condanna perché dobbiamo noi arrogarci il diritto di giudicare e condannare gli altri? D’altra parte non si può costruire una comunità e quindi incontrarsi a livello di riferimenti della fede, occorre farlo faccia a faccia nelle persone fisiche. Ed è questo il bellissimo mistero che siamo chiamati a vivere tutti i giorni. E’ un mistero perché incontrare l’umano significa incontrare il divino. Il velo del tempio che si squarcia mentre Gesù esala l’ultimo respiro indica proprio questo: non c’è più separazione tra umano e divino.

Al termine della bella relazione di padre Ernesto, Silvia Pochettino ha illustrato in sintesi la situazione corrente delle fraternità.
Vivono attualmente nelle quattro case 40 persone, 24 adulti e 16 bambini. Due famiglie nuove sono arrivate a Sassi ed una è andata via. In più sempre a Sassi è partito con successo il progetto “orto dei ragazzi”.
Una nuova coppia è pervenuta a Gassino in sostituzione di Dario e Stefania.
Ad Albiano quest’anno ci sono state meno settimane residenziali mentre a Reaglie la fraternità allargata è stata ripensata è si sta sperimentando l’inserimento di persone della comunità non direttamente coinvolte nelle attività dell’organismo.

Al dibattito ha fatto seguito la messa e quindi la cena condivisa