Ritiro delle fraternità 2009

Ritiro delle fraternità e festa di S. Francesco, 2-3-4 ottobre 2009

L’ACCOGLIENZA DELLO STRANIERO

“Quando un forestiero dimorerà presso di voi…
tu l’amerai come te stesso” Lv 19,33-34

Programma

Venerdi 2 ottobre
19.00    Ritrovo
19.30    Cena
21.00    Incontro con Don  Ernesto
Compieta

Sabato 3 ottobre
9,00 Lodi
10,00 Incontro con Don Ernesto
Momento di meditazione personale
13,00 Pranzo
15,00 Incontro con Don Ernesto
16,00 Lavori di gruppo
18,30 Vespri
19,30 Cena
21.00 Compieta

Domenica 4 ottobre – FESTA DELLE FRATERNITA’
9,00 Lodi
10,00 Sintesi dei lavori di gruppo delle giornate e programmazione
13,00 Pranzo
16.00 Accoglienza della Comunità
Momento di aggiornamento e di condivisione del lavoro svolto durante il ritiro
Eucaristia
Merenda Sinoira condivisa

 

IL RITIRO DELLE FRATETNITA’ E LA FESTA DI S. FRANCESCO 2009

Nel fine settimana del 4 ottobre le fraternità hanno vissuto il loro ritiro spirituale annuale, ad Albiano d’Ivrea, con l’accompagnamento di D. Ernesto Vavassori, a cui abbiamo chiesto di sviluppare il tema dell’accoglienza dello straniero, essendo tutte le 4 fraternità impegnate nei progetti di accoglienza di persone riconosciute in Italia come rifugiate.

L’incontro con d. Ernesto, avvenuto ormai da alcuni anni, si è rivelato opportunità per avviare un percorso di crescita che coinvolge molto profondamente: abbiamo così condiviso tra tutti l’interesse della maggioranza dei componenti le fraternità, anche le fraternità allargate, a continuare i nostri incontri con lui. Ad ogni occasione, infatti, su tutti i temi che finora abbiamo affrontato (preghiera, comunità e fede…), d. Ernesto porta un punto di partenza sorprendente, che ci scardina dalle certezze e ci sollecita ad entrare in riflessioni profonde e che toccano con forza l’esperienza di vita di ciascuno di noi.

Nella domenica di S. Francesco l’incontro è stato aperto a tutti, al mattino per affrontare la lettura della bozza della Carta dei valori CISV, mentre nel pomeriggio per sintetizzare e socializzare gli spunti di don Ernesto che più ci avevano toccato. Abbiamo poi celebrato insieme a don Toni Revelli e don Ernesto l’eucarestia, durante la quale i membri delle fraternità hanno rinnovato il loro impegno annuale.

Ringraziamo tutti gli amici che hanno condiviso con noi questo momento, sia con la presenza fisica sia con il sostegno affettivo ed il pensiero. Pensiamo valga la pena mettere a disposizione di tutti la sintesi delle riflessioni portate da Ernesto Vavassori, che trovate qui di seguito, che sono state precedute dalla lettura di due brani della Bibbia: Genesi, 18 e Levitico, 25.

ACCOGLIERE LO STRANIERO
Sintesi della relazione di d. Ernesto Vavassori del 3 ottobre 2009

Una realtà estranea, profondamente straniera all’essere umano è proprio Dio, che è veramente altro, continuamente diverso. Tutto il filone profetico viaggia in questo senso: l’infedeltà del popolo segnala un Dio che è continuamente diverso e altrove.
La stranierità dice che la verità sta altrove: “nel dover attendere tutto dagli altri”.
Questa è la verità della vita umana: mentre il resto della natura è strutturato per la sopravvivenza autonoma, l’essere umano no. “Non si comincia forse a parlare perché qualcuno ci parla? (…) Pensiamoci: è sempre l’altro a cominciare” (Nadia Fusini).

Tutta la Bibbia ebraica, senza la quale non potrebbe esistere quella cristiana, ci parla di un io parassita, non sovrano. “Dio pose l’uomo nel giardino dell’Eden”: un io esiste perché Dio si rivolge a lui, non con parole, ma donandogli la terra.
Niente è possesso o conquista, ma tutto è dono e grazia.
L’uomo nella sua essenza è quindi ospite, e come tale può realizzarsi solo se a sua volta diviene ospitale, si rende dono, altrimenti si autodistrugge.
La triade che ben riassume in sé la stranierità è Dio, io e l’altro genere (l’uomo per la donna e viceversa). Ovvero siamo stranieri anche a noi stessi: accogliere lo straniero significa accogliere noi in questo nostro essere ospiti, parassiti, non autosufficienti.

La soggettività biblica è diversa da quella della cultura occidentale: è ospite, quindi ospitale (essere fuori dallo spazio dell’appropriazione e dell’avere) ed è responsabile (cioè chiamata a rispondere).
Il sabato, il giubileo, sono istituiti per ricordare all’uomo che l’essenza, la struttura umana è dono, l’io vive non in forza di ciò che fa, ma di ciò che gli viene donato.
L’uomo dimentica spesso tutto ciò, e Dio torna più volte a ricordarlo: nella Bibbia (cfr. Genesi, Levitico, Deuteronomio…) viene spesso ripetuto “la terra è mia”, “io ve la dò”, “la terra promessa”: è una promessa e non una conquista.

Questo senso radicale dell’essere umano come forestiero e inquilino è il significato anche del divieto originario ad Adamo ed Eva. L’uomo può godere di tutto, ma il divieto di toccare l’albero è lì a ricordargli il limite: nel momento in cui nasce in esso l’illusione di sganciarsi da questo, si distrugge (“si accorsero d’essere nudi”, cioè non rivestiti, non in relazione).
E questo “poiché la terra è mia, voi potete vivere in essa solo come ospiti ospitati”, ci porta una concezione economica e politica della realtà.
Si tratta di un passaggio esistenziale, dal possedere/avere/mio, all’essere accolti/ospitati; dal pieno al vuoto, per fare spazio all’altro. L’altro non lo scegliamo, ma semplicemente ci attende; ci viene incontro e così ci rende responsabili, nel senso che rispondiamo (e da ben notare, rispondiamo sempre, comunque, “sì” o “no”…).

L’altro dunque ci risveglia (cfr. Abramo in Genesi, 18): è l’altro che arrivando rende Abramo accogliente e ospitale, anche se è vero che Abramo era in attesa, sulla soglia, cioè vegliava per potersi accorgere del passaggio di qualcuno che avesse bisogno.
E. Lévinas ci dice, a questo proposito, che “i rapporti interumani, indipendentemente da ogni comunione religiosa, sono l’atto liturgico supremo”. Se cioè si è intimi a Dio, ne deriva sempre un vantaggio per l’essere umano: dire di credere in Dio implica chiedersi a che tipo di umanità si fa spazio nella propria vita.

Si possono tracciare alcune caratteristiche del modo di essere e stare dell’io ospitale:

  • Tenere la porta aperta, l’atteggiamento di colui che veglia (come Abramo che sta sulla soglia, in attesa, proprio “nell’ora più calda del giorno”);
  • Dare il benvenuto: riconoscere che l’altro, proprio perché viene da un mondo altro, ci porta il bene e al bene, ci apre e ci fa uscire dal nostro chiuso;
  • Accorgersi di ciò di cui l’altro soffre e ha bisogno: scalfire l’indifferenza, cioè la non percezione della differenza tra ciò che è umano e ciò che non lo è;
  • Fare spazio all’altro limitando il proprio: interrompere il movimento da sé a sé e orientarlo da sé all’altro, dall’egocentrismo alla responsabilità. È questo uno stile ecologico, che porta al limite del desiderio, del “tutto e subito”, atteggiamento invece “tossicodipendente”;
  • Donare ciò che si ha: il pane e il vino che Gesù dona nell’ultima cena sono i simboli dei beni necessari all’esistenza; il sacramento fondamentale che ci lascia, quindi, “Prendete e mangiatene tutti, fate questo in memoria di me”, è l’economia.

Sempre Lévinas dichiara: “Il tuo andare verso l’altro coincide con una certa forma di vita economica”.
È il sacrificio dell’io che si apre al tu: si accende l’umano e così la nostra libertà personale diventa giusta, cioè responsabile dell’altro, se no è una libertà “cainica”. Caino, a Dio che chiede dov’è Abele, risponde infatti: “Sono forse io responsabile di mio fratello?”.
Gesù, con la sua vita e la sua morte, ci dice di sì.