Ritiro delle fraternità 2007

learn more here Domenica 7 ottobre – Festa delle Fraternità

Ore 10.15 – Arrivo e ritrovo delle fraternità
Ore 10.30 – Incontro
ORE 13.00 – Pranzo
Ore 15.00 – Arrivo e Accoglienza della Comunità
Ore 15.15 – Aggiornamenti dalle Fraternità
Ore 15.45 – Relazione di d. Ernesto Vavassori “pregare e fare giustizia” 
Ore 17.00 – Celebrazione Eucaristica
Ore 19.00 – Merenda Sinoira Condivisa

La preghiera è sorgente di un èthos, che affonda le sue radici nelle beatitudini del discorso della montagna e che reclama di essere tradotto in un progetto di liberazione per l’intera umanità e per il mondo. È stimolo a un rinnovamento dell’agire umano, e garanzia che tale rinnovamento non rimanga un’astratta utopia, ma imbocchi la strada della realizzazione storica”.
da PREGARE E FARE GIUSTIZIA
di Giannino Piana – Edizioni Qiqajon

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Relazione di d. Ernesto Vavassori “PREGARE E FARE GIUSTIZIA
La Bibbia è il racconto dell’Altro prima dell’io, di chi per primo si rivolge all’io: l’Altro, cioè Dio, che ama Israele e gli fa dono di una terra che lo ospita ma anche l’altro, ovvero lo “straniero”, il prossimo (traccia anonima e quotidiana dell’alterità di Dio), che liberando l’io dal suo incatenamento a sè, dall’ospitalità recettiva, lo innalza all’ospitalità attiva. Nel libro dell’Esodo (3,7) Mosè si sente chiamare. Il Signore Dio dice “Ho visto le disgrazie del mio popolo … a causa della durezza dei suoi sorveglianti, …ho ascoltato…… sono venuto a liberarlo dalla schiavitù degli egiziani, lo condurrò verso una terra fertile, spaziosa …”.

click at this page Sono in scena due alterità, quella umana e quella divina, irriducibili, perchè estranee una all’altra, ma non senza relazione: l’alterità divina si china su quella umana, accogliendo quest’ultima in un amore che è diverso dall’amore di concupiscenza, dall’amore umano per cui diamo qualcosa per ricevere qualcos’altro oppure restituiamo perché l’abbiamo ricevuto.

Qui non è così, c’è un gesto unilaterale, assoluto, non chiesto, e allora c’è già un significato e una struttura del pregare, il popolo d’Israele non si lamenta, non prega, quasi a dire che la prima forma fondamentale del pregare umano è esistere: è l’esistenza non liberata, che fa fatica a vivere in pienezza. Ed è questa esistenza che Dio vede, ascolta e libera. this web page

click to see more Molte volte abbiamo sentito dire che dobbiamo chiedere altrimenti i doni non arrivano. Il testo dell’Esodo, in realtà sembra la smentita di ogni preghiera di domanda. L’esistente che non arriva ad essere pieno è grido, è preghiera che arriva a Dio; gli Israeliti non hanno mai pregato, eppure Dio si interessa di loro.Questo è l’amore nella Bibbia ebraica: lo sguardo con cui Dio si prende cura dell’alterità umana, le fa spazio e la sostiene, è un movimento di discesa col quale l’alterità divina va incontro all’altro, “ho visto, ho preso a cuore, sono venuto a liberare”. E così facendo inverte e converte la sua alterità in prossimità e la sua trascendenza in vicinanza: Dio va in cerca dell’uomo.

L’essere di Dio è il suo essere per l’uomo, il suo farsi vicino e compagno di viaggio, è Colui che è, e sarà sempre con Israele (“Io sono colui che sono”). Se Dio è un essere per l’altro, allora noi che “tipo” siamo? Noi siamo un’alterità di relazione, siamo fatti da questa relazione. Non possiamo non essere in relazione perché siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Noi viviamo in una situazione di schiavitù perché non viviamo questa relazione, è Dio allora che ci fa accorgere che la situazione in cui ci troviamo è troppo “stretta” e va liberata, siamo quindi anticipati da un Altro.

Dicendo questo stiamo cercando di capire la natura della preghiera: chi prega è Lui, non siamo noi, in una relazione che inverte il movimento ordinario della relazione stessa, cioè non dal meno verso il più, ma movimento del più verso il meno, e per andare all’altro si autolimita e depotenzia. please click for source

Questo l’aveva capito un grande pensatore come Pascal: “gli uomini dicono di stare a pregare Dio dall’eternità, in realtà non si sono accorti che è Dio che sta pregando l’uomo dall’eternità e che l’uomo non l’ha mai ascoltato”. http://cheztabac.com/map

Pensiamo all’esperienza della maternità: il “senza potere” comanda a chi ha potere sottraendoglielo. La maternità è simbolo dell’umano come dualità di affidamento e di responsabilità; è l’altro nell’io che converte l’io in io-per-l’altro. Non è un caso che per entrare nella Storia Dio stesso è costretto a passare da una donna, a depotenziarsi. “Nato da una donna, nato sotto la legge”, cioè completamente sottostante e succube del limite umano. read more

In Deuteronomio 8 leggiamo: “Il suo Signore tuo Dio sta per farti entrare in una terra fertile …. Una terra dove …. mangerai, dunque, benedirai …. Sta attento a non dimenticare il Signore tuo Dio …” In questo brano c’è la ragione per cui Israele viene liberato dall’Egitto cioè per essere introdotto in un paese bello e spazioso che senta come sua patria e casa. Il “paese” che Dio promette a Israele come “casa” non è diverso dalla terra ma è un pezzo della nostra terra: la terra degli alberi e dei fiumi, delle montagne e delle pianure, dove nasciamo, amiamo, viviamo, ci alimentiamo. Il paese dove Israele “straniero” è introdotto è il paese della pienezza e della compiutezza. Pienezza, dove ogni bisogno è soddisfatto. Compiutezza, dove il bisogno è finito, nel senso che si dice di un’opera o una melodia, giunta alla pienezza della forma, per cui andare oltre o aggiungervi altro sarebbe deformarla.

In questa terra, di cui lo straniero non è né parte né proprietario, l’estraneità è vinta dallo sguardo di Dio che, con la sua sollecitudine, se ne prende cura e l’avvolge. La vera estraneità è vinta quando ci si percepisce sotto questo sguardo. Sottrarsi a questo sguardo (Adamo che si nasconde) non è accedere alla libertà e all’autonomia ma restare “straniero” in Egitto e alienarsi. “Il tuo cuore non si inorgoglisca”..“Stai attento, non succeda che dimentichi il tuo Dio!” Non dimenticare!

E se il pregare fosse semplicemente imparare a fare memoria di questa iniziativa assoluta, gratuita di Dio verso qualunque essere umano? “Sta attento a non dimenticare il Signore tuo Dio!” Noi lo dimentichiamo sistematicamente, costruendolo a immagine e somiglianza nelle nostre preghiere, dicendo cosa deve fare, a chi deve guardare, chi deve premiare….

Quante volte il nostro pregare è orgogliosa iniziativa del nostro “io” spirituale. Invece la soggettività umana esiste in quanto un altro si è mosso per primo. Esistere è stare consapevolmente sotto lo sguardo benevolo che mi fa esistere. La “terra”, che insieme al tema del figlio, è il filo conduttore della preistoria di Israele, non è la terra che i patriarchi si progettano con le loro forze, ma quella che Dio promette e dona loro e che, per questo, è “pro-messa”, messa da Dio davanti ai loro occhi.

La storia dei patriarchi è la storia dell’abbandono a questa promessa e alla certezza che, nella sua realizzazione, i figli d’Israele troveranno la loro patria.

La pagina più alta, dove l’alterità umana è presentata come “accolta” in un mondo che è “casa” sono i due racconti della creazione: nel primo, il redattore fa seguire a ogni realtà creata, il commento del Creatore “vide che era cosa buona”. Nel secondo, Adamo è collocato da Dio nel “giardino dell’eden”, nel quale vive in piena armonia con sè, con la donna, con il mondo, con Dio.

Come la terra, anche il giardino dell’eden è dono di Dio e non conquista e il peccato originale (cioè originario, a monte di ogni peccato, ne costituisce la sostanza) consiste nella negazione dell’alterità alla quale si è affidati e consegnati.

Queste due pagine, poste all’inizio della Bibbia, sono, per il credente la contestazione permanente della tentazione gnostica, sempre riemergente, e la denuncia che l’estraneità umana al mondo non è originaria ma frutto della negazione umana a farsi accogliere.

Levitico 25,1-7; 25,8-55, è il testo più articolato e motivato dove l’alterità umana è presentata come realtà accolta. Il dato teologicamente più rilevante è la rivendicazione che la terra, nella quale e della quale Israele vive, non è di Israele ma di Dio, Israele vive in una terra che è Dio a dargli: “che io vi do”. Questa affermazione (che non è Israele a conquistarsi la terra, ma è Dio a dargliela) è il filo conduttore dell’intera storia biblica, da quando Dio chiama Abramo, fino a quando Giosuè, morto Mosè, introduce le 12 tribù in Canaan (Gs 1,1-5), ed è un’idea continuamente ribadita, entrando a far parte dello stesso “Credo” di Israele, letto all’interno del rito di Pasqua, il testo liturgico più importante dell’ebraismo (Dt 26,1-11).

Quindi se la terra è data da Dio a Israele, Israele non può possederla ma solo accoglierla. Qui va colta la ragione profonda dell’impossibile appropriazione della terra da parte di Israele e il significato del sabato e del giubileo. Il sabato, la più grande” invenzione” di Israele e il suo più grande dono all’umanità, non è nato per istituire il riposo dell’uomo o della terra, ma per introdurre una concezione del vivere umano dove il rapporto col mondo non è quello dell’autoaffermazione e del possesso, ma quello della recettività e dell’accoglienza.

Innestato sul sabato, il tempo non è più il tempo dove l’io dispiega la sua sovranità, bensì il tempo dove l’io si coglie sotto la sovranità dell’alterità divina che lo accoglie e se ne prende cura. Di qui il divieto di lavorare e produrre: perchè l’io viva non in forza di ciò che egli fa, bensì di ciò che gli è donato.

La ragione per la quale bisogna celebrare l’anno giubilare, interrompendo il rapporto di appropriazione con la terra e azzerando tutte le sperequazioni e le ingiustizie che vi si accumulano inevitabilmente nel corso degli anni, è quella contenuta nelle parole che Dio dice a Israele e, attraverso Israele, all’umanità: “La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini”.

Da tutto il contesto del capitolo e dell’intero racconto biblico, dove Dio è presentato come colui che è proprietario della terra e che la “da” ad Israele gratis, per amore.

Il significato di “forestieri e inquilini” dovrebbe essere questo: Israele è nella terra forestiero e inquilino non perché la terra non gli basta, ma perché su di essa non può rivendicare il diritto di possesso e in essa può abitare solo con la coscienza di chi è ospitato (inquilino).

Il racconto biblico ignora sia il modello della “terra madre” come pure quello della terra conquistata e introduce la categoria della” terra promessa” e “terra donata” il cui significato è di affermare la terra come terra ospitale dove, ospitati, si vive in forza di ciò che è dato e dove è possibile stare in punta di piedi, quasi giustificandosi e chiedendo scusa, e dove a tutti è dato di godere di tutto, a condizione di morire alla pretesa del possesso.

Non si tratta di passare da uno spazio o da un luogo a un altro, un mondo che l’immaginario tradizionale colloca nell’aldilà temporale e spaziale, ma di stare in un altro modo nello spazio o nel luogo che ci è dato. Si tratta certo di un passaggio, non spaziale o temporale bensì esistenziale che riguarda e coinvolge la soggettività dell’io e che consiste nell’uscire dalla logica dell’avere e del possedere per accedere a quella, che la trascende, dell’essere accolti e
ospitati.

Se, come vuole la tradizione popolare, l’ospite è sacro, la ragione di tale sacralità è nell’assoluto della gratuità che essa istituisce e che, liberando l’io da se stesso, lo eleva all’altezza della responsabilità dove l’io non è più per sé ma per l’altro. L’espressione “la terra è mia e voi siete come forestieri e inquilini”, vuol indicare allora il senso della preghiera. La preghiera liturgica si chiama “memoriale”, fare memoria dell’iniziativa di Dio: si sta nella storia facendo giustizia e pregando come forestieri e inquilini, non possiamo mettere le mani su niente, siamo costantemente accolti e ospitati. L’altro non si sceglie ma ci accade, il vero altro da sempre ci è già dato e non attende di essere scelto ma di essere accolto e ospitato. Da questo punto di vista l’ospitalità non è originariamente un atto della coscienza, ma la sua più profonda verità e identità: accolgo perché sono accolto e quando accolgo scopro maggiormente la mia vocazione di essere accogliente. Senza l’irruzione dello straniero, l’io dorme e sonnecchia nella sua coscienza chiusa nei suoi sogni, a seconda dei casi incantesimi o incubi. Sembra che le chiese cristiane abbiano dimenticato di essere ospiti e che la terra, la pace, la giustizia, la libertà sono state avute in dono. Le chiese sono tali se mettono in circolo i beni. L’Eucarestia è il simbolo condensante che Gesù da buon ebreo ha usato per far capire questa relazione: è un corpo che diventa pane per tutti, è un sangue che per tutti viene donato. La Chiesa, che limita l’accesso all’eucarestia, diventa strumento di negazione del dono. Questo è il peccato originale costantemente e deliberatamente compiuto, l’esatto contrario del messaggio biblico ed evangelico.

L’esistenza ospitale è anche una vita autentica, cioè una vita non sterile ma feconda che si ritrova, in barba alle leggi naturali, nell’alterità dell’altro, come Abramo e Sara nell’alterità del figlio, sorpresa di vita inaspettata. Infine l’esistenza ospitale instaura anche la prossimità a Dio: ospitando lo Straniero, traccia dell’Assoluto, Abramo si fa intimo dell’assoluto e può osare parlargli quasi alla pari, prendendo le difese di Sodoma e Gomorra e intercedendo per i suoi abitanti. Chi ospita, accogliendo lo Straniero nella sua casa, diventa intimo di Dio ma di una intimità paradossale dove l’andare a Dio non è colmarsi di lui come Bene ma essere elevati da Lui al bene come bontà e benevolenza con cui amare il prossimo come Dio lo ama. Il soggetto ospitale vive della più intima prossimità con Dio così andare a Lui diventa un essere rimandati al prossimo.