Ritiro delle fraternità Crotte di Strambino 2006

2-3 giugno 2006 Ritiro interfraternità casa di Adriana Zarri (Crotte di Strambino)

IL MISTERO DI GESU’
Riflessione di d. Ernesto

Il centro di ogni esperienza, punto di partenza e di arrivo della nostra fede è  il mistero di Gesù.
Noi crediamo di conoscerlo, ci sembra scontato e a volte è monopolizzato dalla chiesa, ma Gesù di Nazareth (un nome molto comune all’epoca), resta un mistero. Un fatto storico di cui si può avere esperienza e, come tutte le esperienza storiche è limitata. Gesù, in quanto uomo, non ha potuto fare tutto; era limitato storicamente e culturalmente, eppure egli resta il mistero in cui ci muoviamo, esistiamo, l’unico motivo della nostra vita: il desiderio di diventare Lui.

E’ sempre necessario correggere la rotta in cui siamo: dopo 2000 anni, abbiamo rischiato e rischiamo continuamente di confondere il fine con i mezzi. Se il Mistero è tutto qui, nell’esperienza storica di un uomo, nella relazione personale con un uomo, tutto il resto ha senso come mezzo e non come fine.

Essere cristiani è, allora, non assumere un comportamento morale, ma diventare Lui: Gesù dice “dopo di me farete cose più grandi di quello che ho fatto io”, ma questo non può essere se l’insegnamento di Dio diventa “morale”, una serie di regole. È invece l’esperienza dell’Amore che non ha limiti, che rende tutto ciò concreto.

Non c’è bisogno della teologia, di anni di noviziato. Basta la vita, la vita con i suoi bisogni fondamentali.
Il prologo di Giovanni è straordinario in questo senso “In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini”.
Cos’è che dava Luce? La Legge?
Gesù non ha scritto nulla, non ha lasciato testamenti scritti, se non “lo spezzare il pane”.
Questo è un testamento esperienziale, che Gesù comincia proprio da colui che davvero non se lo meritava.

Chi è che ti tradisce? …Quello per cui intingo il pane” e glielo offrì! Intingere e donare il pane significa trattare la persona come ospite d’onore, quindi il peccatore viene trattato come ospite d’onore.
Amico quello che devi fare fallo presto”, cioè ti voglio così bene che ti tolgo la responsabilità di quello che stai per fare, ti ordino io di farlo. E così il gesto di Giuda diventa l’esecuzione di un comando di Gesù.
Ecco perché è devastante l’esperienza dell’amore.
L’amore non è confessionale, per questo non ha senso in profondità la distinzione tra credenti e non credenti. Gesù non è mai stato religioso, e non era nemmeno un laico buono, era un eretico, emarginato perché considerato deviante. Se leggiamo i vangeli, il mondo ostile a Gesù è il mondo che avrebbe dovuto riconoscerlo, il mondo della religione del suo tempo.

E qual è il mondo che invece conosce e apprezza Gesù? Quello dei non credenti o di coloro che non contavano: le donne, che hanno fatto maturare Gesù, a loro viene dato in mano la cosa più rischiosa nell’esperienza di Gesù, l’annuncio di Pasqua. Nel mondo ebraico le donne non potevano testimoniare in tribunale, la loro parola non era credibile. Nell’elenco dei bottini di guerra venivano regolarmente dopo le asine.

L’annuncio della nascita di Gesù invece viene fatto dai pastori, che erano più simili alle bestie, la gente più schifosa del tempo. Il segno di tutto questo, lo dice l’angelo, è “troverete un bambino”: un bambino, quello che in Israele vale meno del 2 di picche.
Le donne considerate meno delle asine e i pastori considerati come le persone più schifose e tutti sono legati a un bambino, che valeva meno di tutti: questa è la modalità del regno.
Abbiamo 2000 anni di teologia, che poco hanno a che fare con la spiritualità e la vita di Gesù.

Oltre ad essere il Bambino e il povero era anche il contemplativo per eccellenza. Tutta la vita di Gesù è contemplativa, dentro le cose, non nonostante le cose. Forse noi pensiamo poco alla normalità della vita di Gesù, alla sua consapevolezza di vivere nel mondo, stando in braccio al Padre. È dentro quello che faccio che trovo la dimensione contemplativa, è la materia il luogo del divino: questo è il principio dell’incarnazione.  Noi siamo abituati a far diventare l’umano divino, invece Gesù ha fatto esperienza del divino che diventa umano: non c’è altro ambito in cui Egli si esprime.

Cosa vuol dire allora contemplazione nel mondo? Non esiste un’altra realtà al di fuori del mondo in cui Dio sia presente in ogni cosa.
Gesù a Nazareth ci ha insegnato a nascondere l’essenziale di sé stesso. (riferimento al bisogno odierno di affermare l’identità cristiana di fronte agli altri).
Siamo abituati a 2000 anni di esaltazione dogmatica della figura di Cristo. In realtà se facessimo un salto di 2000 anni, troveremmo un bambino annunciato alle persone più schifose e uno sconosciuto che conclude la sua parabola con la morte peggiore che si poteva pensare per un ebreo: la morte in croce che era la morte più ignominiosa: “chi pende dal legno è un maledetto“, è uno rifiutato anche da Dio.

La morte di Gesù rappresenta proprio l’accettazione di Dio del più maledetto.
Allora se tutto il fondamento della nostra fede è assomigliare a Gesù, diventare lui, tutto il resto sono solo mezzi.
Anche i sacramenti sono un mezzo, sono estremamente relativi, possono essere utili ma nello stesso tempo non sono fondamentali, non sono il fine. Nella Chiesa, infatti, si può vivere benissimo senza sacramenti.
Andando al fondamento non c’è bisogno nemmeno dell’Eucarestia per essere cristiani. (Es. Riflessione su questione “divorziati, risposati”. Sogno che vi sia un momento in cui un movimento dica al Papa “non si preoccupi, non abbiamo bisogno dell’Eucarestia, in quanto sacramento istituzionalizzato, per stare nella Chiesa”.)

I Sacramenti invece dovrebbero essere il luogo e il tempo dove Dio tenta di farci somigliare a lui, trasformandoci in Lui. Noi abbiamo trasformato i sacramenti, il messaggio di Gesù in una via morale: ecco perchè la chiesa oggi viene “cercata”, perché è una agenzia morale che fornisce quell’“etica” alla politica, che lo Stato non sa più dare. Ma è stato sempre così, era già così ai tempi di Gesù, è stato l’abbraccio tra potere spirituale e potere politico che ha ammazzato Gesù.

Ad esempio la confessione era ed è ancora ritenuta un mezzo per diventare migliori, una strategia per cambiare, per uscire da una situazione in maniera pressoché definitiva. Ma questo non è quanto troviamo nell’esperienza evangelica. Gesù cos’ha fatto? Lui il peccato l’ha visto, l’ha assaggiato (Lettera agli Ebrei “…nei giorni della sua vita terrena, Gesù offri preghiere e lacrime fu esaudito per la sua pietà …”).

Ma di che tipo di esaudimento ha avuto Gesù?
Gesù è stato lasciato li a “schiattare” come tutti gli altri, non come il figlio del padrone, a cui vengono abbuonate tutte le cose …. Ecco come sono esaudite le nostre preghiere.
Il brano continua “…pure essendo figlio (che in ebraico vuol dire colui che assomiglia al padre nel comportamento. Per gli ebrei viene prima il fare e poi l’ascoltare) … imparò l’obbedienza dalle cose che patì, e lo reso perfetto …”.
In questo brano, se ben compreso, c’è tutto un percorso per impostare un cammino per la nostra vita. : Il rapporto con un limite che non è mai superabile. Neanche Dio riesce ad uscire questo limite: Gesù è diventato figlio di Dio scontrandosi ogni giorno con il limite.
Cos’ha fatto Gesù con il peccato? L’ha guardato, l’ha riconosciuto, l’ha ammesso, e poi ha detto qualcosa del tipo “Padre venga su di me tutto ciò che dovrebbe venire sugli altri!”. Gesù quindi muore in croce perché prende su di se il male degli altri. Non solo, ha anche detto sulla croce “perdona loro perchè non sanno quello che fanno”. Gesù muore in croce perché prende il male degli altri.

Ecco allora che la confessione dovrebbe diventare questo: accettare che nel mistero, la mia vita sia presa e messa come Gesù in croce facendo sì che l’umanità sia redenta. La confessione quindi è immedesimarsi nella morte di Gesù per far si che gli altri possano scaricare li il loro male..
Una cosa che si può dire è che Gesù prende il peccato su di se ma non lo toglie. E’ un qualcosa che è scandaloso, noi invece utilizziamo una bruttissima traduzione “Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Ma con la morte di Gesù cosa è cambiato nella storia? Niente!

E’ stato tolto qualche peccato? Non mi sembra.
Queste sono le vere immagini del Mistero da cui noi con le nostre “proiezioni teologiche (direbbero i maestri del sospetto) rifuggiamo, la stessa liturgia non aiuta a comprendere questo realismo.
Quindi Gesù da cosa ci ha liberato?
Accettare che la mia vita sia offerta alla sofferenza e alla morte è un gesto di obbedienza, il più alto.
La nostra cattiveria è dovuta alla ricerca di senso che non si riesce a trovare perché abbiamo dentro il bisogno estremo dell’amore, però ne abbiamo paura: come lo tocchiamo così lo rifuggiamo perché esso è esperienza di morte. Non credo che vi sia nessuno, neanche il più cattivo dittatore, che al momento della sua morte, in un ultimo attimo di consapevolezza, non accetti l’idea di vita come abbandono.

L’amore è un processo forte, di fronte alla morte noi possiamo provare questa idea di abbandono della vita, ma ciò è devastante e ne rifuggiamo, e così siamo umanamente costretti ad arginare quest’esperienza.
L’estasi, esperienza all’apice del misticismo, è la perdita totale di sé, vuol dire “stare fuori di sé”, è quanto più vicino alla morte possa esserci; l’amore non è possibile dentro la storia perché ti fa scoppiare.
Il peccato dalla storia sparirà quando saremo morti, non è possibile dentro la storia.

Molto interessante sarebbe l’immagine che emerge nella storia della salvezza di “straniero”. Il diverso da noi, i nemici, dai nemici Gesù parte: pregate per i vostri nemici perché in quello che è il nemico è la vostra salvezza. Nel discorso della montagna di Matteo, “pregate per i vostri nemici” è l’apice dell’esperienza cristiana, perché tutto il resto lo fa già la morale. In quello che definite nemico c’è la vostra salvezza. è proprio da loro che Gesù parte nel perdono.

Qual è il modo con cui Gesù manifesta l’amore? Attraverso la povertà?
Gesù non ha mai chiesto di essere poveri, conosceva l’importanza dell’economia nella storia, Gesù ha chiesto di amare, se la povertà mi toglie la gioia è meglio tenermi le ricchezze. Anche la libertà, che non è che un mezzo per arrivare all’amore.
Dio non può fare miracoli, non ha fatto l’unico che doveva fare, salvare suo figlio. Non è nella sua natura, la sua natura è l’amore, ed è proprio dell’amore abbassarsi fino all‘essere più basso che esista. E chi precipita nel “basso più basso” trova le braccia amorose del Padre ad accoglierlo.

Dio non può fare miracoli, perché non può sostituirsi a noi. Noi passiamo la nostra vita a mettere ostacoli davanti a Dio: “i nostri progetti” e Lui non riesce ad entrare.
Dio, che è povero, non può entrare là dove non c’è povertà, per cui non può entrare in una realtà storica, deve entrare in una carne umana che gli lasci spazio: Maria “si faccia di me quello che vuoi”, i soggetti non dobbiamo essere noi. Solo attraverso questa disponibilità Dio entra nella storia.
Dio prende carne, questo è il mistero che dovremmo essere: la possibilità che ha la nostra carne umana è di rivelare Dio.

Nella parabola del figliol prodigo, c’è la figura del figlio maggiore (colui che ha, ad es., esperienza di chi cerca di vivere una vita di carità e poi, si ritrova con un cancro). Il figlio maggiore non ha capito nulla sul rapporto padre-figlio: il rapporto non è più di adorazione, ma è nello “spirito di verità”, che vuol dire nella vita. La vita è il tempio dove possiamo adorare, il nostro tempo, in cui fare l’esperienza di Cristo. Non siamo più servi, ma amici, quindi non abbiamo bisogno di ammaestratori, di mediatori (Ezechiele : …. “ non c’è bisogno che qualcun altro vi istruisca….”) tutti saremo animati dallo stesso Spirito, basta questo e niente altro. Dio quindi si aspetta da noi non un rapporto morale, non del più “fare”, ma di Amore, di unione con Gesù. Noi facciamo “gesti d’amore” al posto di “una vita radicata nell’Amore”. Ma l’esperienza del vivere l’amore veramente in modo radicale è devastante, se Gesù invece fosse stato dispensatore di grazie spirituali e materiale, fosse arrivato a insegnarci una morale, a esser più buoni, a essere migliori, non l’avrebbero ammazzato, ma sarebbe diventato come minimo sommo sacerdote. Sarebbe morto tranquillo, con la sua pensione di vecchiaia, gli avrebbero fatto un monumento e una volta morto gli avrebbero gridato “santo subito”.

Il Mistero di Gesù è ancora tutto da capire. C’è un enorme percorso in compagnia del risorto che dobbiamo fare. 2000 anni sono un nulla nella storia umana e nella storia della Terra.
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, spoglio sé stesso (occorre tradurlo forse come “smise di essere Dio”).
Gesù dopo aver conosciuto l’esperienza del Battista (esprienza eremitica) e quella di Qum-ran (esperienza monastica) sceglie di vivere nel mondo da “laico”. Eppure avrebbe potuto riscuotere più successo fama scegliendo di fare l’eremita o il monaco.
Noi dovremmo essere chiamati proprio a riflettere sui 30 anni di vita di Gesù che ha vissuto nel silenzio.
C’è più annullamento nella normalità, che non nell’abiezione, c‘è più annullamento se tu diventi uguale a me che non più piccolo (nel senso di compiere sacrifici, penitenze, ….), perché questo ti mette in mostra.
Per 30 anni nessuno si accorge di Lui, perché era uguale agli altri.
Questo mi obbliga ad un continuo confronto con il mondo, con i fratelli, scoprendo di essere poveri, normali. Una nullità. Solo dopo questa consapevolezza di povertà radicale, posso decidermi a cercare delle forme di povertà volontaria. Altrimenti il rischio  è che si cada in una grossa illusione, compresa la scelta di comunità.

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