Incontro di Quaresima 2007

Con il popolo dei crocefissi verso il mistero pasquale

Ci ritroviamo presso la fraternità di Sassi sabato 9 marzo, per vivere insieme una esperienza arricchente e tentare di fare una riflessione personale e comunitaria nel periodo di preparazione alla Pasqua.

La giornata è più che primaverile, il sole illumina e riscalda piacevolmente e il vento spazza via anche la più piccola nuvola. Quasi come sempre nessuno riesce ad essere puntuale, tranne l’ospite: Ernesto Vavassori e così si sfrutta il più possibile il tepore pomeridiano. Ma quasi tutti sono impazienti di riascoltare le parole stimolanti di p. Ernesto. Il tema del pomeriggio è: Con il popolo dei crocefissi verso il mistero pasquale”.

Riportiamo di seguito alcuni “appunti” relativi alla relazione di Ernesto, con la speranza di riuscire a trasferire i contenuti anche a chi non ha potuto essere presente.

La pagina delle tentazioni è una delle metafore più dense del mistero di Gesù. Riporto a questo proposito una frase del famoso teologo ortodosso Olivier Clèment, a proposito del brano di Luca:”Le grandi tentazioni, le vere, non sono quelle di cui si preoccupa o si ossessiona un certo cristianesimo moralistico, non sono quelle che ci saremmo aspettate, quelle, ad esempio, che riguardano la sfera sessuale, ma sono quelle che vanno a demolire la fede”.

Mi ha sempre colpito, in relazione all’argomento sesso, il silenzio di Gesù, non ha mai proferito parola, men che meno Gesù ha mai parlato di omosessualità; se è veramente qualcosa contro natura, perché Gesù non ha detto nulla? Ci sarà pure un motivo. Neanche Giovanni, l’evangelista più “teologo” ha messo una riga su questi aspetti, che per noi sembrano fondamentali. Oltre le parole, ci sono anche i silenzi di Gesù, che sono più eloquenti delle parole che ci sono state tramandate.

Le tentazioni vere sono quelle che vanno a demolire la fede. La prima tentazione è quella di sostituire Dio con delle cose. E’ in realtà la cosa più naturale e istintiva che viene all’uomo che pensa di essere uomo di fede. Tutti noi probabilmente ci siamo capitati dentro. Ad esempio immaginiamo di avere i mezzi per risolvere un problema mondiale come la fame. Cento anni fa non avremmo potuto dire questo, oggi invece questo potere oramai l’abbiamo, oggi abbiamo il potere di produrre pane per tutti. Chi di noi rinuncerebbe a farlo? Io credo che Gesù direbbe di no, perchè la tentazione è di sostituire Dio con delle cose. E allora se il contrario di Dio sono le cose, che Dio sarà questo?

L’altra tentazione, (Luca la mette al 2° posto, Matteo al 3°) è mettere il pinnacolo al centro del tempio: buttati dalla torre e rimani sospeso a mezz’aria. Questo “spettacolo” è rincorso ancora oggi: molta parte del cristianesimo corre dietro al “senso del mistero” nell’idea della “fede spettacolare”; in fondo anche la richiesta del ritorno alla messa secondo Pio V (in latino e con il celebrante che da le spalle all’assemblea) rincorre questo “senso del mistero”. Quello che sembra il massimo della fede, il miracolo, è in realtà la fede camuffata. Per il Vangelo questa è la caricatura della fede: non fiducia in Dio ma ricerca ancora una volta del proprio vantaggio, non amore di Dio, accoglienza per quello che è, ma amore di sé fino al delirio.

Osserviamo bene: questa è la grande tentazione che troviamo fin dal principio della Bibbia (vedi la tentazione di Adamo). La terza tentazione è quella del potere: la più satanica di tutti nel senso che satana è la cifra, la personificazione del male. Se c’è un satana, questo è il potere; esso dice: prendimi come tuo Dio e avrai tutto il potere del mondo. La croce è l’esatto opposto del potere: il potere che dice abbandona quel Dio che farà di un bambino il più grande, che fa di quel Dio uno venuto a servire e a servire l’ultimo, e sposa un Dio che usa il suo potere, sempre a fin di bene. Questo è drammatico.

Nella storia delle Chiese, tutto quello che abbiamo fatto, la morte e la distruzione, lo facciamo per la gloria di Dio. Oggi, dopo la rivoluzione francese, il cristiano non può più permettersi i roghi, le inquisizioni, ma resta comunque il sistematico bisogno, da parte delle Chiese, di metter, in forme diverse, sotto accusa alcune categorie: abbiamo bisogno di denigrare altri, per sentire che quello che noi viviamo sono valori. Questa è follia. Se in qualcosa io credo, non ho bisogno di affermarla a scapito degli altri, obbligandoli a seguirmi.

Per fare un esempio dei nostri giorni, la Chiesa ancora una volta si è inchinata a dire di sì al potere, con questa storia dei Dico. Il potere è quindi l’unica tentazione che le riassume tutte. Un attacco frontale perché il problema vero delle tentazioni è la paura di sbagliarci su Dio. La domanda è: quale Dio? Quello di Gesù o un altro? Oggi credere in Dio non vuol dire più niente, Dio è un nome comune, talmente generico. Quale Dio? Sbagliarsi su Dio è la cosa peggiore che possa capitare a noi. Pensiamo ai fondamentalisti, che danno la morte attraverso la propria morte, pensando di adempiere la volontà di Dio, e allora quale Dio? Il Dio di Gesù non ha mai voluto dei sacrifici, men che meno sacrifici umani. Nel Deuteronomio 30 si legge “Ho posto la vita davanti alla morte. Tu puoi scegliere, ma scegli la vita!”. La vita è il contrario del sacrificio. Questa pagina delle tentazioni è il condensato della vita di Gesù. Questa immagine è la metafora giusta, la più completa.

Come si fa allora a stare con i crocefissi della storia, visto che noi crocefissi non siamo (a meno che non prendiamo una cantonata e pensiamo che le disgrazie delle vita ci fanno essere come i crocefissi di Gesù). Dobbiamo chiamare le cose con il proprio nome, altrimenti Gesù usa un linguaggio chiarissimo: “chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua”, non dice accetta la croce perché la croce non arriva da Dio. Invece noi spesso diciamo così: quando proprio non ne possiamo più, quando non riusciamo a imporre la nostra volontà, diciamo: “accettiamo la volontà di Dio”.

Nella lettera agli Ebrei leggiamo: “Cristo Gesù nei giorni della sua vita terrena supplicò chi poteva con preghiera e lacrime, e fu esaudito per la sua pietà”. Il suo essere esaudito significa che Dio l’ha lasciato lì a schiattare. La croce non “arriva”, è il risultato di una scelta, è la conseguenze della scelta di campo da prendere sulle proprie spalle, il resto sono disgrazie. Noi oltre a non prendere la croce, la confondiamo con altre croci : un lutto, un infarto, un tumore: tutto ciò che ha a che fare con i limiti delle nostre strutture esistenziali. Stare con i crocifissi della storia, condividere un po’ la loro croce, significa allora accogliere la vita come Gesù vivendo nel clima delle tentazioni.

Al di là della poesiola natalizia, Gesù non è nato povero: il padre fa il carpentiere (oggi apparterrebbe alla media borghesia) e questo non era mica poco, avrebbe potuto avere una vita agiata, eppure da ricco sceglie di diventare povero e questa continua scelta sarà il risultato della sua tentazione. Quando incomincia la sua predicazione, sua madre e i suoi fratelli lo vanno a prendere perché pensano che sia diventato matto. Pian piano cominciano ad abbandonarlo.

E’ significativo vedere come nei vangeli due discepoli si prendano l’appellativo di Satana: il primo, che aveva il potere, Pietro e l’ultimo, Giuda, che secondo alcuni sarebbe stato chiamato non Satana, ma amico. Gesù procede in modo faticoso alla ricerca della volontà di Dio, tentato costantemente e pieno di dubbi. Il racconto delle tentazioni non è un episodio: Gesù è tentato costantemente, il deserto di Gesù è la metafora della vita. Luca dopo aver elencato le tentazioni, dice “allora Satana lo lasciò, per tornare al tempo opportuno” il che sta a significare: ogni relazione con Dio è vera se è continuamente tentata, se è una esistenza che rimane crocifissa dentro la storia.

Noi cristiani non siamo credibili perché non riconosciamo le antinomie inconciliabili tra loro. L’unica elemento che ti dà la forza di abitare questa contraddizione è il perdono: Gesù ha parlato spesso del bisogno di confessarsi, che non è andare al confessionale. La capacità di perdonare aiuta a rimettere insieme ciò che la vita, nella sua contraddittorietà, non riesce a rimettere insieme, invece abbiamo preso la confessione e l’abbiamo relegata a una categoria.

Un altro modo di stare con i crocefissi ci viene suggerito dall’episodio di Gesù che guarisce un sordomuto (Mc 7,31-37), usata nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Non abbiamo una registrazione di ciò che ha detto Gesù e i Vangeli non sono la ricostruzione di quello che ha detto. Gesù non aveva la preoccupazione della parola, altrimenti avrebbe lasciato un testamento e quella che chiamiamo “Parola di Dio” è parola di uomini in realtà. Nella pagina di Marco si vede l’incontro di Gesù con il sordomuto, che riacquista la parola. Al di là del miracolo, che non sappiamo se sia avvenuto veramente, il senso profondo è quello di ripristinare la relazione: Gesù mette in condizione l’altro di parlare, riconosce la dignità dell’altro. E’ come se dicesse a tutti: costui ha diritto al mio rispetto.

Levinas dice che “il rispetto è la conseguenza dell’accettare dentro di sé la diversità dell’altro, il suo ad-spectus (davanti all’altro) fa nascere dentro di te il tuo re-spectus”. È quello che avviene nel gesto di Gesù: rispetta il sordomuto, standogli di fronte, quasi che bastasse star di fronte all’altro per ritrovare la sua umanità. Il trovarci di fronte a un essere veramente umano fa ritrovare la nostra umanità. Il fine di Dio è la relazione. Ma da dove partire come singoli e come Chiese per trovare un essere umano da guardare in faccia? Da dove partire per ritrovarsi in questo mondo che è disumano?

Il Vangelo dice che si parte dalla nudità della carne umana, l’incontro della carne di un altro, ridà i connotati della mia carne. Si parte da questo uomo che è Gesù di Nazareth, io lo guardo e divento più umano e di conseguenza diventa tutto più umano. Se questo non avviene, allora vuol dire che c’è una mistificazione: si da gloria a Dio per promuovere l’umano. Il riconoscimento di Dio è la sua immagine e somiglianza l’uomo. In ultimo, stare con i crocefissi della storia vuol dire vivere la gratuità, la gratuità senza fine, di chi muore per dar frutto, di chi impedisce il riconoscimento (obbligò il sordomuto di stare zitto, di non dire niente a nessuno). Gesù non chiede ringraziamenti e anzi vuole impedire ogni evidenza del potere gestito a fin di bene. Semplicemente perché la vita è grazia, nient’altro che grazia.

Ci rendiamo conto di come noi le cose peggiori le facciamo, sempre “con le migliori intenzioni”, sempre “a gloria di Dio”? Allora quale Dio dobbiamo cercare? Il Dio di Gesù che come singoli e come Chiesa abbiamo completamente smarrito.”

Alla riflessione personale che ha accompagnato questo momento, sono seguiti scambi di opinioni, di sentimenti, di esperienze, nei gruppi di confronto. Queste riflessioni sono state condivise con tutti durante la celebrazione della messa. Non poteva mancare la conclusione “mangereccia”, che non e poi riuscita ad essere tanto sobria (come suggeriva il programma) ma che ha permesso di proseguire la giornata mantenendo un bel clima di fraternità.